Forse dalle macerie della politica, sorgerà un vero socialismo, slegato dalla politica e slegato da TUTTO quanto lo ha tinto di Rosso durante gli ultimi due secoli.
Il nuovo socialismo sarà costituito dall'unione degli sfigati, quelli che la società si permette ora di IGNORARE perché sono delle piccole pulci. Per questo le pulci possono girare indisturbate.
Da anni ho deciso di NON LOTTARE, per cui ringrazio quelli che ancora lo fanno (perlomeno fanno del rumore, necessario a chi é sordo), come in questo video.
Noi, e i nostri fratelli, abbiamo abbandonato la lotta, con la convinzione che chi ha voglia di lottare contro il potere, rimarrà insieme a lui sulla grande barca pesantissima di ferro che sta affondando. Mi spiego meglio : colui che ha il tempo di fare BAU BAU al potere, rimarrà imprigionato sulla barca, perché non avrà il tempo di accorgersi che essa sta ....affondando. La Barca che affonda é la società del materialismo, e tutti quanti ci credano ancora così tanto, sono attaccati alla ringhera della poppa (le loro certezze), sicuri che il mondo andrà avanti come é sempre andato ( e come loro vorrebbero, senza scomodarsi). E sulla nave ci starebbero quindi sia quelli che vorrebbero TUTTO il denaro del mondo per loro (Rockfelle vari, Rotschild Bush, Federal Reserve, Emissari dei Banchieri, Nestlé , Ferrero, Petrolieri, Barilla e tutti quanti), sia quelli che vorrebbero PRENDERGLIELO (il denaro) per ridistribuirlo ai poveri, al miliardo che oggi non ha mangiato, o farne dei pannelli solari per pubblica utilità, o pagare le pensioni a vita ai poveri.
Lasciamo loro tutti quanti sulla barca a discutere, intanto che si inabissa, con il suo peso (ferro pesante), e cerchiamo di costruire un nuovo mondo, senza prendersela con chi vuole rimanere in quello vecchio.
Questo video é comunque interessante ed é una realtà sull'agricoltura che noi stiamo vivendo in prima persona. Prendiamone coscienza , e basterà già.
Non ti curar di loro, ma guarda e passa.
Vi regalo ulteriormente il modus operandi del nuovo mondo, un'indicazione di come muoversi .
A presto la relazione sul gruppo "grani antichi", tenuto qualche giorno fa.
intanto buona visione.
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mercoledì 19 settembre 2012
sabato 8 settembre 2012
VACCINATEVI TUTTI SUBITO!!!!!!Anzi Vacciniamoci insieme!
Peché non facciamo una greande giornata di vaccini, tutti insieme? potremmo comperarci delle dosi di vaccino, e ritrovarci tutti alla grande quercia, e poi ci potremmo vaccinare uno con l'altro, come ai tempi degli hippyes, un RAve pary del vaccino, fino allo sballo!!!! Tanto ormai é chiaro he se l'umanità non si vaccinerà questa volta, non potrà superare la terribile Majala che si ripresenta già a Settembre! Segue un articolo interessante: In rosso le note e i commenti a caldo di questa bruttissima notizia:
Questo aritcolo é uno di quelli che circolano sul web e sulle televisioni Italiane (credo, io non ce l'ho)....
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Questo aritcolo é uno di quelli che circolano sul web e sulle televisioni Italiane (credo, io non ce l'ho)....
Allarme influenza : Il vaccino è fondamentale
I primi repentini sbalzi di temperatura hanno già provocato a 80mila italiani i primi sintomi influenzali, ma il vero rischio si avrà dopo Natale. Oltre al ceppo pandemico, ne arriveranno due nuovi decisamente aggressivi. Il vaccino è fondamentale, troppe persone lo sottovalutano. Su sei milioni di italiani si rischia di avere anche morti, soprattutto tra anziani e soggetti fragili. (io sono non tanto anziano, e un pò fragile, al cuore mi devo vaccinare ancora di oggi?)
Quest'anno il virus si annuncia più violento degli anni scorsi,(é sato violento? non ricordo?) è quanto prevede l’Associazione dei Microbiologi Clinici Italiani (AMCLI) sulla base dello studio dei virus che circoleranno nel nostro Paese (circolano come le automobili: mettono l'autovelox?) sulla base dei dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, infatti, nella prossima stagione influenzale circolerà ancora il ceppo virale pandemico del 2009 (il virus A/H1N1 2009) ma anche altri due ceppi diversi da quelli che hanno circolato negli ultimi due anni (un ceppo B e un ceppo H3N2). (si sono incrociati due ceppi, e hanno partorito un ceppone della Madonna!)
"Ci si aspetta una stagione influenzale meno mite ( che vor dì?) e più complessa rispetto a quella dei due anni scorsi", ha commentato Pierluigi Clerici, presidente dell’Amcli,(associazione malati cronici liberi e intelligenti) "e richiederà un'attenzione maggiore alla vaccinazione da parte delle categorie deboli". Quindi la composizione del vaccino per la prossima stagione contiene un virus (A/H1N1 2009) che risulta essere uguale a quello delle due stagioni precedenti, mentre i virus H3Ne e B sono differenti. ( e il vaccino é guardacaso quello dell'anno scorso che le multinazionali hanno avanzato.....)
Sulla maggiore diffusione dell'influenza e eventuale pericolosità(che paura!!!) smorza le preoccupazioni il professor Giancarlo Icardi, ordinario di igiene all'università di Genova, secondo il quale "nonostante la segnalazione dei due nuovi ceppi del virus in arrivo è ancora presto per fare previsioni sull'andamento dell'influenza di questa stagione".
Ma di fatto l'influenza «edizione 2012-2013» sarà diversa, come messo in luce dai dati. Per disegnare l'identikit dell'influenza che verrà e mettere a punto lo specifico vaccino scudo - ricordano gli esperti - lavorano oltre 100 laboratori in altrettanti Paesi, che raccolgono i virus influenzali dai pazienti e li inviano a 5 centri di riferimento(Atlanta, Londra, Melbourne, Tokyo e Pechino ). Le categorie a rischio da considerare nel piano vaccinale sono sempre le stesse, con l'aggiunta delle donne in gravidanza. (che portasfiga che siete?)
mercoledì 29 agosto 2012
Nelle Langhe a caccia di Stelle Cadute!
Una giornata a caccia di stelle: si può? Basta crederci.
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| Il rittano affluente del fiume Uzzone dove vivono le Stelle CAdute |
Facciamo una gita nelle Langhe? siiii! con i bambini nostri più piccoli? siiii1 e dove andiamo?
Ricordavo della mia prima escursione nella langhe, nel 2000, insieme al Steo Baroé e al Maggiore Fresia. Adi un certo punto avevamo attraversato una vallata (segreta) , un rigagnolo afffluente dellìUzzone, dove ad un certo punto Steo mi aveva fatto notare le Meteoriti , chiamate dagli indigeni "Pera do tron" , la "pierre du toner", dei sassi stranissimi , di forma e consistenza completamente estranei a questa vallata, caduti dal cielo due secoli fà, e dei quali si porta ancora memoria.
Abbiamo organizzato allora la gita e siamo partiti alla caccia di quelle che sono state subito definite le STELLE CADUTE, dai nostri piccoli Gin e Elia!
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| La rocca del ritrovamento. |
Dop 4 ore, nessuna traccia di stelle. Le mamme Ale e Livana, e i bambini iniziavano a dare segni di insofferenza (non é proprio così, però se vogliamo far risaltare gli eroi della storia, come nei film americani, dobbiamo far risaltarei segni di ...affaticamento per la lontananza dell'obiettivo...).
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| La stella nelle nostre mani (oppure la nostra vita nelle mani di una stella?...) |
Ad un certo punto, i capi famiglia ( si fa per dire), l'antropologo dott .Vegetabile e l'agriesploratore Batista, si sono spinti nelle alture del ruscello, forzando la marcia per aumentare la possibilità di incontrare stelle cadute.
Quasi all'ultimo, poco prima di retrocedere, ci siamo affidati agli spiriti del bosco e del fiume, che da qualche ora ci avevano osservati e avevano probabilmente valutato le nostre intenzioni "pacifiche": volevamo solamente portare con noi un pezzo di stella!
"a destra" - dissero a Stefano, - "cerca bene" - a Battista , e poi eccola lì, la stella, a guardarci dall'alto di una ripa di terra, in una curva a gomito del ruscello, sotto una rovere e una gaggia.
Che successo, e che onore ritornare con due pezzi di stelle cadute!
Si tratta di un pezzo di un pianeta, o di una cometa, qualcosa di fisico che proviene dallo spazio.
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| La barca di pietra prima della partenza. Anche questa sta, in fondo, galleggiando sulla terra? |
Pensiamo agli esseri elementari incantati in questa materia, agli gnomi che per due secoli hanno atteso qualcuno che venisse a "riconoscerli" e ringraziarli per aver portato una vita nuova sul nostro pianeta!
Le stelle sono qui da noi; le abbiamo messe nell'angolo del Fuoco, l'angolo che si addice di più ad una stella, anche se "pensionata" cioé spenta!
In realtà questa pietra brulica di esseri viventi e entità spirituali, come tutte le altre pietre che compongono l'Universo fisico, e brilla nella nostra vita, tanto quanto brilla ancora ora l'amore che ci siamo dati in quella breve e lunghissima giornata nelle Langhe.
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domenica 26 agosto 2012
Luna o cinema? Di Emanuele Cammaroto
La morte del cosmonauta americano riaccende l’eterno dibattito sulla missione dell’”Apollo 11″: il 20 luglio 1969 il mondo ha assistito davvero a un’impresa storica o alla più grande messa in scena realizzata dall’uomo?
Neil Armstrong sulla Luna o in un teatro di scena?
La morte di Neil Armstrong riporta in primo piano una storia straordinaria ed il più incredibile dei misteri: lo sbarco sulla Luna. L’evento, per le cronache ufficiali, ha cambiato la storia del mondo ma con molta probabilità si può ritenere, invece, sia stato il più grande inganno messo in scena dall’uomo.
L’ipotesi che l’uomo non abbia mai messo piede sulla Luna sembra una teoria fantascientifica. Al confine tra bugie e realtà, tra inverosimili teorie e suggestivi complotti, forse la verità sta nel mezzo.
L’allunaggio, infatti, è quasi certamente avvenuto: in un altro momento. E’ troppo difficile credere all’autenticità di quel che ci è stato mostrato della notte del 20 luglio 1969.
Dello sbarco sulla Luna, chi scrive questo articolo, si è occupato nel 2010, relazionando proprio su questo argomento, alla conferenza internazionale “I segni dei tempi” tenutasi a Taormina e nel corso della quale sono intervenuti alcuni dei maggiori esperti al mondo di Ufologia: Pier Giorgio Caria, Giorgio Bongiovanni, Jaime Maussan, Haktan Akdogan, Jaime Rodriguez, Antonio Urzi e Flavio Ciucani.
I maggiori ufologi del pianeta ritengono, in sostanza, che quello sbarco mediatico sia stata una messa in scena e che l’uomo, se davvero è andato sulla Luna, lo ha fatto in una fase cronologicamente differita da quella mostrataci. In una circostanza cioè nella quale lassù si è evidenziato sotto gli occhi terrorizzati degli astronauti che c’era qualcosa o qualcuno che non dovevano essere mostrati, e che ha convinto l’essere umano a non mettere più piede da quelle parti. L’ipotesi più plausibile è che l’uomo abbia anche pensato alla previsione di test nucleari: un intento dal quale è stato costretto a desistere.
In sintesi, proviamo a ripercorrere “l’altra storia”, definita anche una versione complottista, e analizziamo gli anni nei quali si inquadra tale versione dei fatti
Una premessa: nel 1972 Stanley Kubrick si apprestava ad iniziare le riprese di “Barry Lindon”, film ambientato nel 18° secolo. Il regista voleva che la fotografia rispecchiasse fedelmente l’atmosfera tipica dell’epoca ma avea bisogno di lenti rapide in grado di filmare scene a lume di candela. Decise allora di chiedere alla Nasa le lenti “Zeiss”, le uniche al mondo in grado di riprendere satelliti spia in pieno buio.
Da allora i critici di tutto il mondo si arrovelleranno per sempre sull’eccezionale qualità visiva di quella pellicola e sul perché la Nasa e Vernher Von Braun, il “padre” della conquista spaziale, abbiano accettato di prestare a Kubrick la macchina munita del mitico dispositivo di cui esiste un solo esemplare al mondo.
Il nulla osta della “Nasa” a Kubrick è la punta dell’iceberg, il culmine di una storia iniziata nel 1961. E’ un segreto, gelosamente custodito dal genio newyorkese sino alla morte, che cela la verità dello sbarco sulla Luna. Il 1 gennaio 2001 Christiane Kubrick, rovistando nell’archivio del marito Stanley, da poco scomparso, scoprirà una cartella con lo stemma della Casa Bianca, archiviata come Top secret. E’ la “chiave dell’enigma”.
Dicevamo poc’anzi di “una storia iniziata nel 1961″. Il 25 maggio 1961, in un suo famoso discorso, il presidente degli Usa, John Fitzgerald Kennedy aprì le porte al “Programma Apollo”, definendo lo sbarco sulla Luna “la priorità numero uno”: “entro la fine del decennio dobbiamo portare un uomo sulla Luna e faro tornare sano e salvo. E poi impegnarci in altre missioni, non perchè ciò sia facile ma proprio perchè è difficile”. Kennedy chiese al Congresso di finanziare il progetto per 22 miliardi di dollari: tra il 1961 e il 1972 costerà poi ben 120 miliardi di dollari per 17 missioni, portando comunque alla produzione di oltre 30 mila progetti.
E’ una sfida totale contro la Russia, una sfida da vincere a tutti i costi. “Rovina e dannazione per chi perderà”, scrisse il New York Times.
Un mese prima dell’annuncio di Kennedy, il sovietico Yuri Gagarin era stato il primo uomo a navigare nello Spazio. Sono gli anni della Guerra Fredda e gli americani hanno bisogno di una grande impresa per recuperare l’amor proprio ferito dai rivali sovietici. L’unica strada appare quella del perseguimento di un’azione di grande successo: la conquista della Luna.
Gli americani si affidano a Wernher Von Braun, scienziato tedesco reclutato alla fine della Seconda Guerra Mondiale. Membro del partito nazista, pioniere dei missili “V2” che aveva fatto fabbricare ai deportati del campo di concentramento di Dora. Tuttavia il governo statunitense e la “Nasa” decidono di chiudere gli occhi sul passato di Von Braun e farlo lavorare in totalità impunità al “Programma Apollo”.
La corsa sulla Luna è sempre stato definito l’aspetto “nobile” della “Guerra Fredda” ma il mare della serenità è ancora lontano quando nel 1966 la Cia intercetta un messaggio secondo cui i russi sono pronti a sbarcare sulla Luna e nove cosmonauti si stanno esercitando da anni all’impresa.
La sfida spaziale tra le superpotenze entra nel vivo. Cosi nel gennaio 1967 tre astronauti dell’”Apollo 1” muoiono arsi vivi durante un volo di addestramento, ma la stessa sorte tocca tre mesi dopo al sovietico Vladimir Komarov che perde la vita tornando dallo Spazio; e poco più tardi muore anche Gagarin, l’eroe che avrebbe dovuto calcare per primo il suolo lunare.
Il 3 luglio 1967 esplode in rampa di lancio il missile russo progettato per andare sulla Luna ed è lì che si spegne di fatto il sogno sovietico di inviare un uomo sulla Luna per celebrare il 50 esimo anniversario della Rivoluzione d’Ottobre del 1917. Von Braun è il primo a capire che l’impresa va spettacolarizzata. Incontra più volte il produttore Walt Disney. Solo Hollywood è in grado di trasformare un banale lancio missilistico che non appassiona ancora nessuno in una eccitante megaproduzione.
Ed è qui che entra in scena Stanley Kubrick. Avete capito bene e se non invece così non è… allora rileggete sopra.
Il regista in stretta collaborazione con la Nasa sta girando in quel periodo “2001: Odissea nello Spazio”. Quel film preparerà il pubblico ad accogliere con fervore il primo viaggio sulla Luna. La dirompente forza visiva dell’opera, gli effetti speciali e la storia di quella visionaria pellicola capolavoro entusiasmano a tal punto i progettisti e gli ingegneri del progetto spaziale che non criticheranno nemmeno una scena della pellicola perché inverosimile.
Le immagini della navicella Discovery alla volta del sistema solare appaiono stupefacenti e l’influenza di quella visione fantascientifica del cosmo darà lo sprint decisivo alla corsa verso la Luna. La competizione si trasferisce sul versante dello spettacolo: quello del sogno. Per il film più costoso della storia del cinema vengono rinnovate le tute spaziali e le forme dei razzi, l’illuminazione viene potenziata con 100 riflettori, la rampa di lancio viene spostata cosi che il sole le stesse dietro in fase di decollo, e i motori vengono rivestiti in oro laminato.
Così gli occhi del mondo assistono il 20 luglio 1969 al miracolo del primo allunaggio umano sulla Luna. Lo realizza Neil Armstrong, comandante di “Apollo 11”, seguito da Buzz Aldrin, mentre il loro compagno Michael Collins è al controllo del modulo di comando Columbia.
Ma erano reali le immagini che hanno visto gli spettatori di tutto il mondo quella notte? Henry Kissinger e Donald Rumsfeld, consiglieri dell’allora presidente Usa, a distanza di tanti anni, di recente hanno raccontato le paure di Richard Nixon, che alla vigilia della missione temeva con vero terrore ”imprevisti”. Da lì sarebbe nata l’idea della Casa Bianca di filmare i primi passi sulla Luna in uno studio. Uno scenario che sarebbe stato confermato poi da Richard Helmes e Vernon Walters, allora direttore e vicedirettore della “Cia”.
La regia dell’allunaggio sarebbe stata affidata da Nixon a Kubrick, in quel periodo impegnato nelle ultime riprese a Londra di “2001: Odissea nello Spazio”. Il regista trova in un primo momento l’idea divertente ma rifiuta. Finisce per accettare: non poteva dire no, anche perché nel 1963 era stato autorizzato ad accedere ai luoghi strategici del Pentagono per girare il film “Il dottor Stranamore”. Tecnici e figuranti della messa in scena saranno uomini della Cia. Davanti alla loro scarsa professionalità, Kubrick, suo malgrado, supervisionerà in prima persona tutte le riprese.
Illazioni? Fantasie? Agghiacciante ed eloquente un aneddotto che riguarda un colloquio tra Armstrong e Von Braun, nel 1977. Quest’ultimo era in punto di morte e al cosmonauta disse: “dal punto di vista statistiche le mie prospettive sono pessime ma lei sa bene quanto le statistiche possano essere false. Anni fa (ai tempi cioè della collaborazione con i nazisti) io sarei dovuto finire in prigione e lei dovrebbe essere morto nello Spazio…”.
La verità non la conosceremo mai, eppure è legittimo e doveroso chiedersi a cosa hanno assistito la notte del 20 luglio 1969 i telespettatori di un intero pianeta.
Quando Armstrong scese la celebre scaletta si trovava davvero sulla Luna o la passeggiata avvenne in uno studio televisivo, in un teatro di posa? Dopo gli sbarchi del “programma Apollo”, perchè nessun essere umano ha più camminato sulla Luna? E per quale motivo i tre eroi dell’”Apollo 11”, al loro ritorno, si sono ritirati dalla vita pubblica, finendo in preda a una profonda crisi depressiva?
Il sospetto inquietante è che al mondo siano state mostrate sequenze fotografiche preparate altrove, che simulavano in perfetto stile cinematografico lo sbarco. Era in fondo questa l’unica certezza di poter scongiurare una figuraccia e regalare un’immagine esaltante della conquista dello spazio.
Oggi rimane una infinità impressionante e imbarazzante di incongruenze sullo sbarco lunare. Gli astronauti che sono stati sulla Luna, alla domanda di che colore sia la Luna hanno dato 12 risposte diverse. Niente stelle, niente colori, niente panorami.
Dalle immagini, i motori propulsori del modulo, stranamente, non formano crateri al momento della discesa; si nota persino una enigmatica “C” su un sasso lunare, che appare il contrassegno di un oggetto di scena e che, invece per la Nasa era solo un “peluzzo” caduto sulla pellicola al momento in cui è stata sviluppata. E le temperature? Almeno 130 gradi al sole e -100 all’ombra: non esiste nessuna pellicola che possa resistere ad un tale sbalzo.
I negativi originali delle foto della missione si trovano in un bunker a Houston ma la Nasa non concede a nessuno di visionarli.
Questi e tanti altri misteri dividono tuttora gli studiosi. A volte la finzione supera la realtà e il confine tra le due cose può diventare molto sottile.
Non dimentichiamo che nel 1968, un anno prima del presunto sbarco, con lo stesso modulo lunare che era stato costruito nel 1961, Neil Armstrong rischiò di morire in quella capsula. A 70 metri di altezza il velivolo iniziò a sbandare e si salvò soltanto grazie ad un seggiolino estraibile.
Comunque siano andate davvero le cose, la conquista della Luna, 43 anni dopo, rimane il film più affascinante della storia moderna. Neil Armstrong è stato, in ogni caso, il protagonista. Ma da eroe o attore?
Emanuele Cammaroto
Giornalista. Scrive per il quotidiano Gazzetta del Sud; ha collaborato con le emittenti nazionali Rai Uno (Uno Mattina) e Canale 5 (La Domenica del Villaggio), ed il "Corriere dello Sport". Collabora, inoltre, dalla Sicilia con il programma tv "Chi l'ha Visto" (Rai Tre). E' stato impegnato presso l'Ufficio Stampa della Regione Siciliana (Assessorato al Turismo, Sport e Spettacoli). Relatore, organizzatore e moderatore di convegni su attualità, politica e cronaca.
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domenica 12 agosto 2012
Un sito da ...studiare
Un sito da ...studiare.
vorrei presentare ai lettori di questo blog un sito che ho molto apprezzato.
Si tratta del blog di Maria amgela Padoa Schioppa.
In partiolare consiglio a tutti la sua nuova sintesi di orientamento per la nuova epoca, che troverete qui: http://www.maria-angela-padoa-schioppa.it/archivio/testi3/index.htm
Buon cammino a tutti quanti lo vorranno intraprendere!
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sabato 23 giugno 2012
La nostra tenda
Cercate la vita schiettamente pratica, materiale,
Ma cercatela in modo da non lascairvene stordire
Smarrendo il senso dello spirito
Che agisce al suo interno.
Cercate lo spirito,
Ma non cercatelo con voluttà soprasensibile,
Per soprasensibile egoismo,
Bensì cercatelo Con disinteressata volontà di trarne frutto
Nella vita pratica,
nel mondo materiale.
Fate tesoro della vecchia massima:
"Non v'è mai spirito senza materia, né materia Senza spirito"",
così da poter dire:
Noi vogliamo fare ogni cosa materiale Alla luce dello spirito,
E vogliamo cercare la luce dello spirito,
Perché ci susciti calore in vista del nostro fare pratico.
UNA BUONA NOTTE DI SAN GIOVANNI A TUTTI!
che cos'é la ns tenda? il velo, la tela distesa nei prati, che raccoglie la rugiada della notte santa di San Giovanni, a raccogliere le forze cosmiche, non é che per caso siamo noi? Leggi il resto del articolo......
Ma cercatela in modo da non lascairvene stordire
Smarrendo il senso dello spirito
Che agisce al suo interno.
Cercate lo spirito,
Ma non cercatelo con voluttà soprasensibile,
Per soprasensibile egoismo,
Bensì cercatelo Con disinteressata volontà di trarne frutto
Nella vita pratica,
nel mondo materiale.
Fate tesoro della vecchia massima:
"Non v'è mai spirito senza materia, né materia Senza spirito"",
così da poter dire:
Noi vogliamo fare ogni cosa materiale Alla luce dello spirito,
E vogliamo cercare la luce dello spirito,
Perché ci susciti calore in vista del nostro fare pratico.
UNA BUONA NOTTE DI SAN GIOVANNI A TUTTI!
che cos'é la ns tenda? il velo, la tela distesa nei prati, che raccoglie la rugiada della notte santa di San Giovanni, a raccogliere le forze cosmiche, non é che per caso siamo noi? Leggi il resto del articolo......
venerdì 27 aprile 2012
La Disobbedienza.
Il Maestro Igor. Un bel video che vi consiglio di Ascoltare.
"non si può insegnare ad una persona a disobbedire, sennò, se ti ascolta, vuol dire che ha obbedito almeno...a te! Se lo vedi che sta disobbedendo, però ,alloral lo puoi aiutare a continuare per questo cammino. buona disobbedienza!
Chi sa, sa di suo, che non sa.....
Sapere di essere ingnoranti, é almeno, l'inizio di una sapienza!
Essere in grado di pensare, almeno una volta, di aver sbagliato tutto nella vita, fa si che ci tengano le porte aperte alle varie possibilità di Cambiamento che ogni giorno si propongono davanti a noi.
Auguri! Leggi il resto del articolo......
"non si può insegnare ad una persona a disobbedire, sennò, se ti ascolta, vuol dire che ha obbedito almeno...a te! Se lo vedi che sta disobbedendo, però ,alloral lo puoi aiutare a continuare per questo cammino. buona disobbedienza!
Chi sa, sa di suo, che non sa.....
Sapere di essere ingnoranti, é almeno, l'inizio di una sapienza!
Essere in grado di pensare, almeno una volta, di aver sbagliato tutto nella vita, fa si che ci tengano le porte aperte alle varie possibilità di Cambiamento che ogni giorno si propongono davanti a noi.
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martedì 24 aprile 2012
Oggi a casa.
Che giornate fantastiche!
Quanta gente amica!
Quanto amore che ti aspetta ad ogni lato!
Quanta suerte intorno a noi!
La pace invade, prima i nostri pensieri,
Poi le nostre azioni
E lenisce il cuore e le sue pene
Fin a far risplendere tutto quanto.
Non ci sono paure!
Deve essere proprio cosi
Cosi dovra andare quindi il nostro mondo!
Senza pesi o paure da trascinare
Ci muoviamo leggiadri sul nostro cammino.
d'IO ci accompagna.
Da un"Alba" ne spunta un'Altra
Piu nostra e piu vera.
Chiudi gli occhi repira piano e senti l'Adesso che
Impetuoso si manifesta, che
Ti riempie i polmoni di istanti appena passati che si fanno respirare,
e che nutrono il tuo io Ora. Leggi il resto del articolo......
Quanta gente amica!
Quanto amore che ti aspetta ad ogni lato!
Quanta suerte intorno a noi!
La pace invade, prima i nostri pensieri,
Poi le nostre azioni
E lenisce il cuore e le sue pene
Fin a far risplendere tutto quanto.
Non ci sono paure!
Deve essere proprio cosi
Cosi dovra andare quindi il nostro mondo!
Senza pesi o paure da trascinare
Ci muoviamo leggiadri sul nostro cammino.
d'IO ci accompagna.
Da un"Alba" ne spunta un'Altra
Piu nostra e piu vera.
Chiudi gli occhi repira piano e senti l'Adesso che
Impetuoso si manifesta, che
Ti riempie i polmoni di istanti appena passati che si fanno respirare,
e che nutrono il tuo io Ora. Leggi il resto del articolo......
martedì 3 aprile 2012
Un ragazzo che ha dimostrato Volontà.
Credere nei sogni.
Oggi parliamo di moda.
Aveva deciso di fare lo stilista. Dal nulla. E ci ha creduto.
Per quel che ne so io é il migliore, oppure forse son un pò di parte, però....
un bravo se lo merita.
Ecco uno dei suoi vestiti, indossato da una star.... del momento....
Un post un pò strano sul mio blog? Moda? Veline? Isola dei famosi? Una star che urla come una forsennata...Beh c'é di mezzo Dario Biglino, l'inventore di sogni tradotti in tessuti. Il monaco che fa gli abiti, e li fa anche bene!
E poi dicono che il mondo é tutto in mano ai potenti, ai ricchi, alle multinazionali, ai brand e alle firme famose; tirare fuori le palle ragazzi, e non mollare!
Bravo Dario! sono commosso.
http://www.leichic.it/moda-donna/guendalina-tavassi-nello-studio-dellisola-dei-famosi-con-un-abito-firmato-avaro-figlio-16910.html
www.avarofiglio.com
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Oggi parliamo di moda.
Aveva deciso di fare lo stilista. Dal nulla. E ci ha creduto.
Per quel che ne so io é il migliore, oppure forse son un pò di parte, però....
un bravo se lo merita.
Ecco uno dei suoi vestiti, indossato da una star.... del momento....
Un post un pò strano sul mio blog? Moda? Veline? Isola dei famosi? Una star che urla come una forsennata...Beh c'é di mezzo Dario Biglino, l'inventore di sogni tradotti in tessuti. Il monaco che fa gli abiti, e li fa anche bene!
E poi dicono che il mondo é tutto in mano ai potenti, ai ricchi, alle multinazionali, ai brand e alle firme famose; tirare fuori le palle ragazzi, e non mollare!
Bravo Dario! sono commosso.
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mercoledì 28 marzo 2012
FREEZER? No THANKS
Dal 2002 ad oggi, é possibile far funzionare TUTTO un ristorante, senza far uso di congelatori? pensate sia impossibile?
In regalo, il nuovo cartello che andrà esposto nei locali liberi dalla surgelazione elettrica, pratica mortale che dà la morte al cibo ed alla sua sostanza.
Scaricate pure il cartello.. e fatene uso!!
ciao
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In regalo, il nuovo cartello che andrà esposto nei locali liberi dalla surgelazione elettrica, pratica mortale che dà la morte al cibo ed alla sua sostanza.
Scaricate pure il cartello.. e fatene uso!!
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mercoledì 21 marzo 2012
CROCIFISSION AN REUSA
Una delle poesie di Luigi Armando Olivero.
Per presentarvelo, posso ridurre a pochi concetti il mio pensiero:
Il miglior poeta chi io abbia mai incontrato nella mia breve vita e nella mia povera esperienza letteraria.
Mi sento molto legato alla sua esperienza.
Olivero ha scritto e parlato decine di lingue, ed é stato corrispondente estero per buona parte della sua vita. Ha frequentato e conosciuto i grandi suoi contemporanei della poesia, letteratura e cinema.
Ha voluto scrivere per tutta la sua vita, solo poesie i Piemontese.
Se avesse scritto in Italiano, ora l'Italia avrebbe un premio nobel in più.
invece ce lo teniamo tutto stretto per noi.
E' morto nel 1996, a Roma dove ha vissuto parte della sua vita. Ha vissuto pochissimo in PIemonte.
Se i letterati italici fossero colti come i loro equivalenti di altre nazioni meno superficiali, Olivero potrebbe ancora prendere il premio Nobel per la poesia in Italia.
Una volta me la sarei presa da morire per una questione del genere: adesso quasi più niente...
Mi godo il mio Olivero che giorno per giorno, chissà per quanti giorni ancora, avrò il piacere di scoprire.
Grazie a Giovanni Delfino. http://luigiolivero.altervista.org/
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Per presentarvelo, posso ridurre a pochi concetti il mio pensiero:
Il miglior poeta chi io abbia mai incontrato nella mia breve vita e nella mia povera esperienza letteraria.
Mi sento molto legato alla sua esperienza.
Olivero ha scritto e parlato decine di lingue, ed é stato corrispondente estero per buona parte della sua vita. Ha frequentato e conosciuto i grandi suoi contemporanei della poesia, letteratura e cinema.
Ha voluto scrivere per tutta la sua vita, solo poesie i Piemontese.
Se avesse scritto in Italiano, ora l'Italia avrebbe un premio nobel in più.
invece ce lo teniamo tutto stretto per noi.
E' morto nel 1996, a Roma dove ha vissuto parte della sua vita. Ha vissuto pochissimo in PIemonte.
Se i letterati italici fossero colti come i loro equivalenti di altre nazioni meno superficiali, Olivero potrebbe ancora prendere il premio Nobel per la poesia in Italia.
Una volta me la sarei presa da morire per una questione del genere: adesso quasi più niente...
Mi godo il mio Olivero che giorno per giorno, chissà per quanti giorni ancora, avrò il piacere di scoprire.
Grazie a Giovanni Delfino. http://luigiolivero.altervista.org/
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Luis Armando Olivé
sabato 4 febbraio 2012
Per tutti i miei Amici
UN film che mi ha appassionato tantissimo.
insomma: la nostra verità.
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venerdì 3 febbraio 2012
Cara America, il rischio è il declino
La lezione della storia è impietosa: dall'impero romano a Gheddafi, i regimi e le civiltà finiscono in repentini tracolli più che graduali declini. Ed è quello che rischiano Stati Uniti e Occidente dopo aver perso le "armi vincenti" – dalla concorrenza all'etica del lavoro – che ne hanno garantito la supremazia per secoli, a vantaggio di altre società, soprattutto asiatiche. Cara America, il rischio è il declino
di Niall Ferguson
La lezione della storia è impietosa: dall'impero romano a Gheddafi, i regimi e le civiltà finiscono in repentini tracolli più che graduali declini. Ed è quello che rischiano Stati Uniti e Occidente dopo aver perso le "armi vincenti" – dalla concorrenza all'etica del lavoro – che ne hanno garantito la supremazia per secoli, a vantaggio di altre società, soprattutto asiatiche.
Forse è ancora possibile eliminare i virus e rilanciare il nostro sistema: ma bisogna agire subito.
L'Occidente ha prevalso sul resto del mondo, a partire dal XVI secolo, grazie a una serie di innovazioni istituzionali che si sono rivelate altrettante armi vincenti: la concorrenza; la rivoluzione scientifica; lo stato di diritto e il governo rappresentativo; la medicina moderna; la società dei consumi; l'etica del lavoro.
All'inizio del XX secolo, una decina di imperi – Stati Uniti compresi – rappresentava il 58% della superficie e della popolazione del pianeta, e ben il 74% dell'economia mondiale. Poi, però, il quadro è rapidamente cambiato. A cominciare dal Giappone, numerose società si sono appropriate di queste armi vincenti. Chi è oggi il vero depositario dell'etica del lavoro? Il sudcoreano medio lavora circa il 39% di ore in più a settimana rispetto all'americano medio. L'anno scolastico in Corea del Sud è di 220 giorni, rispetto ai 180 degli Stati Uniti. Basta frequentare un po' le principali Università americane per accorgersi che gli studenti migliori, quelli che studiano di più, sono gli asiatici e gli asiatico-americani.
Quanto alla società dei consumi, 26 dei 30 più grandi centri commerciali del mondo si trovano oggi nei Paesi emergenti, soprattutto in Asia. Negli Usa se ne contano solo tre: e oggi sono posti desolati e semivuoti, visto che gli americani faticano a ripagare i debiti e hanno le carte di credito scadute. Passando all'assistenza sanitaria, la spesa americana è più alta di quella di qualunque altro Paese. In percentuale sul Pil, gli Stati Uniti spendono il doppio del Giappone per la sanità e più del triplo della Cina. Eppure l'aspettativa di vita in America è salita da 70 a 78 anni negli ultimi 50 anni, rispetto alle impennate del Giappone (da 68 a 83 anni) e della Cina (da 43 a 73 anni).
Se poi parliamo dello stato di diritto, il World Economic Forum ci dà un quadro desolatamente chiaro. In ben 15 dei 16 indicatori relativi alla tutela della proprietà intellettuale e alla governance d'impresa, gli Stati Uniti sono più arretrati di Hong Kong e si piazzano al primo posto solo in un settore: la protezione degli investitori. Sotto ogni altro aspetto, la loro reputazione è pessima.
Figurano all'86° posto nel mondo per i costi imposti alle imprese dalla criminalità organizzata, al 50° per la fiducia dell'opinione pubblica nell'etica degli uomini politici, al 42° per le varie forme di corruzione e al 40° per l'affidabilità degli audit e la credibilità dei bilanci. Quanto alla scienza, gli ultimi dati sulla competenza matematica rivelano che il divario fra gli studenti più avanzati al mondo – quelli di Shanghai e Singapore – e i loro coetanei americani è oggi più grande del gap fra gli adolescenti americani e quelli albanesi e tunisini. Leggi il resto del articolo......
di Niall Ferguson
La lezione della storia è impietosa: dall'impero romano a Gheddafi, i regimi e le civiltà finiscono in repentini tracolli più che graduali declini. Ed è quello che rischiano Stati Uniti e Occidente dopo aver perso le "armi vincenti" – dalla concorrenza all'etica del lavoro – che ne hanno garantito la supremazia per secoli, a vantaggio di altre società, soprattutto asiatiche.
Forse è ancora possibile eliminare i virus e rilanciare il nostro sistema: ma bisogna agire subito.
L'Occidente ha prevalso sul resto del mondo, a partire dal XVI secolo, grazie a una serie di innovazioni istituzionali che si sono rivelate altrettante armi vincenti: la concorrenza; la rivoluzione scientifica; lo stato di diritto e il governo rappresentativo; la medicina moderna; la società dei consumi; l'etica del lavoro.
All'inizio del XX secolo, una decina di imperi – Stati Uniti compresi – rappresentava il 58% della superficie e della popolazione del pianeta, e ben il 74% dell'economia mondiale. Poi, però, il quadro è rapidamente cambiato. A cominciare dal Giappone, numerose società si sono appropriate di queste armi vincenti. Chi è oggi il vero depositario dell'etica del lavoro? Il sudcoreano medio lavora circa il 39% di ore in più a settimana rispetto all'americano medio. L'anno scolastico in Corea del Sud è di 220 giorni, rispetto ai 180 degli Stati Uniti. Basta frequentare un po' le principali Università americane per accorgersi che gli studenti migliori, quelli che studiano di più, sono gli asiatici e gli asiatico-americani.
Quanto alla società dei consumi, 26 dei 30 più grandi centri commerciali del mondo si trovano oggi nei Paesi emergenti, soprattutto in Asia. Negli Usa se ne contano solo tre: e oggi sono posti desolati e semivuoti, visto che gli americani faticano a ripagare i debiti e hanno le carte di credito scadute. Passando all'assistenza sanitaria, la spesa americana è più alta di quella di qualunque altro Paese. In percentuale sul Pil, gli Stati Uniti spendono il doppio del Giappone per la sanità e più del triplo della Cina. Eppure l'aspettativa di vita in America è salita da 70 a 78 anni negli ultimi 50 anni, rispetto alle impennate del Giappone (da 68 a 83 anni) e della Cina (da 43 a 73 anni).
Se poi parliamo dello stato di diritto, il World Economic Forum ci dà un quadro desolatamente chiaro. In ben 15 dei 16 indicatori relativi alla tutela della proprietà intellettuale e alla governance d'impresa, gli Stati Uniti sono più arretrati di Hong Kong e si piazzano al primo posto solo in un settore: la protezione degli investitori. Sotto ogni altro aspetto, la loro reputazione è pessima.
Figurano all'86° posto nel mondo per i costi imposti alle imprese dalla criminalità organizzata, al 50° per la fiducia dell'opinione pubblica nell'etica degli uomini politici, al 42° per le varie forme di corruzione e al 40° per l'affidabilità degli audit e la credibilità dei bilanci. Quanto alla scienza, gli ultimi dati sulla competenza matematica rivelano che il divario fra gli studenti più avanzati al mondo – quelli di Shanghai e Singapore – e i loro coetanei americani è oggi più grande del gap fra gli adolescenti americani e quelli albanesi e tunisini. Leggi il resto del articolo......
mercoledì 25 gennaio 2012
Lingua e cultura d'Italia
Vi sembrerò ripetitivo, però vale la pena pubblicare una intervista del nostro carissimo professor Sergio Gilardino, sulla lingua piemontese. Saluti amici cari. consiglierei di leggerala... Battista.
Incontro con il piemontese (1): Sergio Gilardino e la differenza tra lingua e dialetto
luglio 12, 2011 di Sara Bauducco
“Io parlo, leggo e scrivo il piemontese prima di tutto perché è la lingua dei miei genitori e dei miei antenati, secondariamente perché – tra tante lingue studiate ed utilizzate – è l’unica che mi sia veramente spontanea e, in terzo luogo, perché mi alimenta con una letteratura che è densa dei luoghi della mia infanzia, dei detti della mia gente, delle figure retoriche classiche, ma risonanti di vita radicata in un luogo, perché mi rigenera e mi salva dall’alienazione e dall’estraneamento. È lingua mia, fatta poesia. Senza il piemontese sarei letterariamente, identitariamente e linguisticamente solo una frazione di quello che invece mi sento di essere con questa lingua abbinata alle altre nel mio dialogo ininterrotto con popoli e scrittori”. Così Sergio Gilardino, cittadino canadese e grande conoscitore di lingue ancestrali, descrive la propria passione per il piemontese.
Nato in una cascina della bassa vercellese al termine della seconda guerra mondiale, in ambiente esclusivamente piemontofono, Gilardino alle elementari è stato ripetutamente bocciato come “afasico e incapace di imparare la lingua nazionale”; nonostante ciò, è diventato il primo della sua graduating class, ha ottenuto il diploma di media superiore a San Francisco nel ’63 e poi il diploma di liceo linguistico nel ‘65 in Piemonte, con la media del 9. Il suo percorso scolastico è proseguito con la laurea in Lingue e Letterature germaniche alla Bocconi nel ‘70 e con il dottorato in Lingue e Letterature romanze ad Harvard nel ‘76; da allora, e fino al 2005, ha tenuto la docenza di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal. Già direttore dei lavori per il grande dizionario enciclopedico della lingua Walser (2008), ora è impegnato nella compilazione del dizionario della lingua provenzale alpina e per questo ha scelto di vivere a Comboscuro, dove questa lingua è quotidianamente parlata e insegnata ai più piccoli.
Perché studiare il piemontese o altre lingue locali e dialetti in un’epoca in cui impera l’inglese come “lingua senza frontiere”?
La lezione sull’importanza sociale ed economica, prima ancora che culturale, delle lingue ancestrali l’ho ricevuta in Canada, Paese che ha conosciuto una révolution tranquille alla fine degli anni Sessanta per il riconoscimento del francese come lingua paritaria non solo nel Québec, ma dovunque nella federazione canadese. Il Canada, nei suoi cinquant’anni di bilinguismo ufficiale, ha grandemente beneficiato di questa politica multilinguistica, estesa rapidamente al riconoscimento di varie lingue amerindiane e minoritarie (tra cui l’italiano).
L’eredità linguistica italiana, in fatto di lingue ancestrali, non ha confronti in Europa e ancor oggi – nonostante la morte di moltissime delle sue lingue minoritarie nel corso degli ultimi 150 anni – essa primeggia per varietà, ricchezza e specificità di lingue regionali. Rivitalizzarle o ritardarne la perdita almeno fino a quando siano state debitamente codificate, significa – da un lato – salvare una parte integrante del patrimonio etnico-culturale dell’Italia, dall’altro offrire ai giovani un valido stimolo al multilinguismo. La conoscenza e/o lo studio di una lingua ancestrale hanno riverberazioni immediate sulla capacità dei giovani ad affrontare il mondo multilingue che li aspetta al di fuori dei sempre più angusti confini nazionali, al di fuori dei quali parlare più lingue, grandi e piccole, non è solo un’expertise, ma un’attitudine mentale indispensabile per la sopravvivenza.
L’inglese è anche una lingua ancestrale, ma a livello internazionale è un codice per alberghi, aeroporti e borse valori: la lingua ancestrale non solo non ne ostacola l’apprendimento, ma lo facilita enormemente, perché a confronto della sua straordinaria ricchezza idiomatica il globish (global English) è una lingua relativamente povera e facile da imparare.
Lei ha vissuto in diversi Paesi, per molti anni è stato docente in Canada, ma da piemontese è innamorato di questa lingua…
Vi sono due modi assai diversi di intendere l’espressione “lingua piemontese”. Come avviene con tutte le lingue, dalle più prestigiose alle più piccine, nella cerchia familiare i bimbi imparano solo un certo numero di parole e di espressioni. Mentre per le lingue nazionali la frequenza scolastica, la società e i mass-media, via via, forniscono ampliamenti lessicali notevoli, che integrano la base fornita dall’ambiente domestico, per il “dialetto” questo non è oramai più il caso: né la scuola, né l’ambiente circostante, né stampa-radio-tv-internet, lo arricchiscono in prosieguo di tempo. Ciò induce molti (inclusi quelli che parlano il piemontese in una delle sue varianti) a ritenere che non esista altro lessico che quello imparato in casa. Da qui il famigerato discrimine “lingua/dialetto”: si parla in dialetto di poche cose con poche persone, si parla in lingua di molte cose con molte persone. La realtà è che già i dizionari del piemontese nell’Ottocento (Sant’Albino, Zalli, Ponza, Pasquali, Gavuzzi, ecc.) ci presentano una panoplia lessicale di diecine e diecine di migliaia di parole, anche tecniche, politiche, militari e giuridiche, che esorbitano del tutto dalla gamma lessicale di chi il piemontese l’ha sempre e solo conosciuto come lingua dell’oralità. Gianfranco Gribaudo, autore di uno dei più ricchi ed utili dizionari del piemontese nei nostri tempi, ha annotato a mano 10.000 aggiunte alla quarta edizione del Neuv Gribàud e altrettante ne ha annotate Tòni Baudrìe (noto lirico in provenzale e in piemontese) all’ultima edizione del Gavuzzi.
Questo è l’altro volto del piemontese: lingua codificata (dizionari, antologie e grammatiche dalla fine del Settecento), lingua di re, di eserciti, di nobiltà e borghesia, di giornalismo, di romanzi, di prosa d’arte, di teatro, di civiltà e identità “nazionali”. Questo è il volto molto meno conosciuto, per cui quando si parla di “lingua sabàuda” molti non capiscono neppure a cosa si allude, inclusa la maggior parte di coloro che parlano il piemontese. Non sanno che ci sono grammatiche, dizionari, opere e studi sulla sintassi, sulla stilistica, sulla metrica. Il problema è che non lo sanno neppure i docenti e gli insegnanti, e questo è più grave, anche perché i pareri, le convinzioni, le scelte che contano sono i loro. Non sanno e non si curano di sapere che per “lingua sabauda” ci si riferisce ad una lingua millenaria (i primi documenti sono datati tra la fine del decimo secolo e l’inizio dell’undicesimo) che possiede più di centoventimila lemmi, sparpagliati in più di 70 dizionari compilati sull’arco degli ultimi tre secoli (Sette, Otto e Novecento), con un patrimonio letterario di tutto riguardo.
Molti italianisti, dottissimi nel proprio campo, ma punto in quello delle lingue ancestrali, si ritengono autorizzati a parlare ex catedra dei “dialetti”, come se questi fossero un aspetto degenere del linguaggio degli italiani cui essi debbono rimediare. Parlare il “dialetto” o parlare l’italiano, intercalando parole dialettali, è parlare male. Il rimedio è lo studio dell’italiano. Sono fermamente convinti che il piemontese, o qualsiasi altra lingua regionale, si riduca a quelle poche parole superstiti che ancora si intendono sulle labbra degli anziani. Proprio per questo lo definiscono il piemontese un “dialetto”.
Di dialettale, in queste valutazioni, c’è solo la loro cultura monolingue, ferma a vetusti principi rinascimentali, già ampiamente superati da Charles De Brosses, Melchiorre Cesarotti e Samuel Johnson nella seconda metà del Settecento e del tutto risibili se parametrati agli insegnamenti dei grandi field linguists britannici, statunitensi, canadesi, russi dei giorni nostri. Mentre la comunità scientifica internazionale ha prodotto e continua a produrre diecine di libri sulle lingue ancestrali e sulla loro conservazione, la linguistica campale italiana non ha prodotto una sola opera di breccia sulla rivitalizzazione/resuscitazione linguistica.
Quando Luca Serianni (Accademico della Crusca e dei Lincei) afferma che il “dialetto non deve essere insegnato nelle scuole”, Umberto Eco che il “dialetto” usato per argomenti seri lo fa ridere, Roberto Benigni che i concetti che lui esprime a proposito della Divina Commedia non possono essere detti in “dialetto”, rivelano un concetto che è simile a quello di chi, per farsi un’idea dell’italiano, andasse ad ascoltare i nipotini degli emigranti italiani in Australia o in Canada e pensasse che quelle poche frasi spezzate e parole residue siano tutto l’italiano.
Il malinteso è così grossolano, banale, madornale, che passa anche la voglia di mettersi a dare schiarimenti: la cultura accademica italiana è preparata e aggiornata in molti campi, ma decisamente non in quello della linguistica ancestrale. I giovani linguisti italiani veramente preparati (ve ne sono diversi e con diversi intrattengo un carteggio) hanno studiato all’estero e lì vivono ed insegnano. In patria non hanno né accoglienza, né futuro.
Beninteso, il problema è più radicato e ben più vasto. È ombelicalmente connesso con la nozione che gli intellettuali italiani hanno di “popolo”: ci potremmo tirare dentro il concetto del latino “lingua che sola può esprimere l’eccellenza letteraria” e, quello ad esso strettamente collegato, della chiesa che non riteneva che le lingue del popolo fossero atte a veicolare i messaggi biblici. Sono visioni che – con vari adeguamenti e apparenti concessioni – sono arrivate fino ai nostri giorni.
Gli intellettuali responsabili per le politiche linguistiche italiane hanno un concetto completamente errato delle lingue ancestrali: non sanno cos’è il nucleo lessicale storico, non sanno cos’è la specificità lessico-idiomatica, non parlano, non leggono e non scrivono nessuna lingua ancestrale, non hanno mai passato anni delle loro vite a codificare con metodologie induttive e sinonimiche i tesori già segnalati da Graziadio Isaia Ascoli 150 anni fa, ma – nonostante tutto ciò – si sentono autorizzati a dare pareri in qualità di esperti ai legislatori e ai dirigenti scolastici senza avere per guida altro che il loro inveterato horror dialecti.
Il problema si perpetua perché chi non sa è chiamato a prendere decisioni e chi sa viene ostracizzato come “dialettofono”: e nel frattempo svaniscono nel nulla gli ultimi tesori del patrimonio linguistico italiano. Leggi il resto del articolo......
Incontro con il piemontese (1): Sergio Gilardino e la differenza tra lingua e dialetto
luglio 12, 2011 di Sara Bauducco
“Io parlo, leggo e scrivo il piemontese prima di tutto perché è la lingua dei miei genitori e dei miei antenati, secondariamente perché – tra tante lingue studiate ed utilizzate – è l’unica che mi sia veramente spontanea e, in terzo luogo, perché mi alimenta con una letteratura che è densa dei luoghi della mia infanzia, dei detti della mia gente, delle figure retoriche classiche, ma risonanti di vita radicata in un luogo, perché mi rigenera e mi salva dall’alienazione e dall’estraneamento. È lingua mia, fatta poesia. Senza il piemontese sarei letterariamente, identitariamente e linguisticamente solo una frazione di quello che invece mi sento di essere con questa lingua abbinata alle altre nel mio dialogo ininterrotto con popoli e scrittori”. Così Sergio Gilardino, cittadino canadese e grande conoscitore di lingue ancestrali, descrive la propria passione per il piemontese.
Nato in una cascina della bassa vercellese al termine della seconda guerra mondiale, in ambiente esclusivamente piemontofono, Gilardino alle elementari è stato ripetutamente bocciato come “afasico e incapace di imparare la lingua nazionale”; nonostante ciò, è diventato il primo della sua graduating class, ha ottenuto il diploma di media superiore a San Francisco nel ’63 e poi il diploma di liceo linguistico nel ‘65 in Piemonte, con la media del 9. Il suo percorso scolastico è proseguito con la laurea in Lingue e Letterature germaniche alla Bocconi nel ‘70 e con il dottorato in Lingue e Letterature romanze ad Harvard nel ‘76; da allora, e fino al 2005, ha tenuto la docenza di Lingue e Letterature comparate all’università McGill di Montréal. Già direttore dei lavori per il grande dizionario enciclopedico della lingua Walser (2008), ora è impegnato nella compilazione del dizionario della lingua provenzale alpina e per questo ha scelto di vivere a Comboscuro, dove questa lingua è quotidianamente parlata e insegnata ai più piccoli.
Perché studiare il piemontese o altre lingue locali e dialetti in un’epoca in cui impera l’inglese come “lingua senza frontiere”?
La lezione sull’importanza sociale ed economica, prima ancora che culturale, delle lingue ancestrali l’ho ricevuta in Canada, Paese che ha conosciuto una révolution tranquille alla fine degli anni Sessanta per il riconoscimento del francese come lingua paritaria non solo nel Québec, ma dovunque nella federazione canadese. Il Canada, nei suoi cinquant’anni di bilinguismo ufficiale, ha grandemente beneficiato di questa politica multilinguistica, estesa rapidamente al riconoscimento di varie lingue amerindiane e minoritarie (tra cui l’italiano).
L’eredità linguistica italiana, in fatto di lingue ancestrali, non ha confronti in Europa e ancor oggi – nonostante la morte di moltissime delle sue lingue minoritarie nel corso degli ultimi 150 anni – essa primeggia per varietà, ricchezza e specificità di lingue regionali. Rivitalizzarle o ritardarne la perdita almeno fino a quando siano state debitamente codificate, significa – da un lato – salvare una parte integrante del patrimonio etnico-culturale dell’Italia, dall’altro offrire ai giovani un valido stimolo al multilinguismo. La conoscenza e/o lo studio di una lingua ancestrale hanno riverberazioni immediate sulla capacità dei giovani ad affrontare il mondo multilingue che li aspetta al di fuori dei sempre più angusti confini nazionali, al di fuori dei quali parlare più lingue, grandi e piccole, non è solo un’expertise, ma un’attitudine mentale indispensabile per la sopravvivenza.
L’inglese è anche una lingua ancestrale, ma a livello internazionale è un codice per alberghi, aeroporti e borse valori: la lingua ancestrale non solo non ne ostacola l’apprendimento, ma lo facilita enormemente, perché a confronto della sua straordinaria ricchezza idiomatica il globish (global English) è una lingua relativamente povera e facile da imparare.
Lei ha vissuto in diversi Paesi, per molti anni è stato docente in Canada, ma da piemontese è innamorato di questa lingua…
Vi sono due modi assai diversi di intendere l’espressione “lingua piemontese”. Come avviene con tutte le lingue, dalle più prestigiose alle più piccine, nella cerchia familiare i bimbi imparano solo un certo numero di parole e di espressioni. Mentre per le lingue nazionali la frequenza scolastica, la società e i mass-media, via via, forniscono ampliamenti lessicali notevoli, che integrano la base fornita dall’ambiente domestico, per il “dialetto” questo non è oramai più il caso: né la scuola, né l’ambiente circostante, né stampa-radio-tv-internet, lo arricchiscono in prosieguo di tempo. Ciò induce molti (inclusi quelli che parlano il piemontese in una delle sue varianti) a ritenere che non esista altro lessico che quello imparato in casa. Da qui il famigerato discrimine “lingua/dialetto”: si parla in dialetto di poche cose con poche persone, si parla in lingua di molte cose con molte persone. La realtà è che già i dizionari del piemontese nell’Ottocento (Sant’Albino, Zalli, Ponza, Pasquali, Gavuzzi, ecc.) ci presentano una panoplia lessicale di diecine e diecine di migliaia di parole, anche tecniche, politiche, militari e giuridiche, che esorbitano del tutto dalla gamma lessicale di chi il piemontese l’ha sempre e solo conosciuto come lingua dell’oralità. Gianfranco Gribaudo, autore di uno dei più ricchi ed utili dizionari del piemontese nei nostri tempi, ha annotato a mano 10.000 aggiunte alla quarta edizione del Neuv Gribàud e altrettante ne ha annotate Tòni Baudrìe (noto lirico in provenzale e in piemontese) all’ultima edizione del Gavuzzi.
Questo è l’altro volto del piemontese: lingua codificata (dizionari, antologie e grammatiche dalla fine del Settecento), lingua di re, di eserciti, di nobiltà e borghesia, di giornalismo, di romanzi, di prosa d’arte, di teatro, di civiltà e identità “nazionali”. Questo è il volto molto meno conosciuto, per cui quando si parla di “lingua sabàuda” molti non capiscono neppure a cosa si allude, inclusa la maggior parte di coloro che parlano il piemontese. Non sanno che ci sono grammatiche, dizionari, opere e studi sulla sintassi, sulla stilistica, sulla metrica. Il problema è che non lo sanno neppure i docenti e gli insegnanti, e questo è più grave, anche perché i pareri, le convinzioni, le scelte che contano sono i loro. Non sanno e non si curano di sapere che per “lingua sabauda” ci si riferisce ad una lingua millenaria (i primi documenti sono datati tra la fine del decimo secolo e l’inizio dell’undicesimo) che possiede più di centoventimila lemmi, sparpagliati in più di 70 dizionari compilati sull’arco degli ultimi tre secoli (Sette, Otto e Novecento), con un patrimonio letterario di tutto riguardo.
Molti italianisti, dottissimi nel proprio campo, ma punto in quello delle lingue ancestrali, si ritengono autorizzati a parlare ex catedra dei “dialetti”, come se questi fossero un aspetto degenere del linguaggio degli italiani cui essi debbono rimediare. Parlare il “dialetto” o parlare l’italiano, intercalando parole dialettali, è parlare male. Il rimedio è lo studio dell’italiano. Sono fermamente convinti che il piemontese, o qualsiasi altra lingua regionale, si riduca a quelle poche parole superstiti che ancora si intendono sulle labbra degli anziani. Proprio per questo lo definiscono il piemontese un “dialetto”.
Di dialettale, in queste valutazioni, c’è solo la loro cultura monolingue, ferma a vetusti principi rinascimentali, già ampiamente superati da Charles De Brosses, Melchiorre Cesarotti e Samuel Johnson nella seconda metà del Settecento e del tutto risibili se parametrati agli insegnamenti dei grandi field linguists britannici, statunitensi, canadesi, russi dei giorni nostri. Mentre la comunità scientifica internazionale ha prodotto e continua a produrre diecine di libri sulle lingue ancestrali e sulla loro conservazione, la linguistica campale italiana non ha prodotto una sola opera di breccia sulla rivitalizzazione/resuscitazione linguistica.
Quando Luca Serianni (Accademico della Crusca e dei Lincei) afferma che il “dialetto non deve essere insegnato nelle scuole”, Umberto Eco che il “dialetto” usato per argomenti seri lo fa ridere, Roberto Benigni che i concetti che lui esprime a proposito della Divina Commedia non possono essere detti in “dialetto”, rivelano un concetto che è simile a quello di chi, per farsi un’idea dell’italiano, andasse ad ascoltare i nipotini degli emigranti italiani in Australia o in Canada e pensasse che quelle poche frasi spezzate e parole residue siano tutto l’italiano.
Il malinteso è così grossolano, banale, madornale, che passa anche la voglia di mettersi a dare schiarimenti: la cultura accademica italiana è preparata e aggiornata in molti campi, ma decisamente non in quello della linguistica ancestrale. I giovani linguisti italiani veramente preparati (ve ne sono diversi e con diversi intrattengo un carteggio) hanno studiato all’estero e lì vivono ed insegnano. In patria non hanno né accoglienza, né futuro.
Beninteso, il problema è più radicato e ben più vasto. È ombelicalmente connesso con la nozione che gli intellettuali italiani hanno di “popolo”: ci potremmo tirare dentro il concetto del latino “lingua che sola può esprimere l’eccellenza letteraria” e, quello ad esso strettamente collegato, della chiesa che non riteneva che le lingue del popolo fossero atte a veicolare i messaggi biblici. Sono visioni che – con vari adeguamenti e apparenti concessioni – sono arrivate fino ai nostri giorni.
Gli intellettuali responsabili per le politiche linguistiche italiane hanno un concetto completamente errato delle lingue ancestrali: non sanno cos’è il nucleo lessicale storico, non sanno cos’è la specificità lessico-idiomatica, non parlano, non leggono e non scrivono nessuna lingua ancestrale, non hanno mai passato anni delle loro vite a codificare con metodologie induttive e sinonimiche i tesori già segnalati da Graziadio Isaia Ascoli 150 anni fa, ma – nonostante tutto ciò – si sentono autorizzati a dare pareri in qualità di esperti ai legislatori e ai dirigenti scolastici senza avere per guida altro che il loro inveterato horror dialecti.
Il problema si perpetua perché chi non sa è chiamato a prendere decisioni e chi sa viene ostracizzato come “dialettofono”: e nel frattempo svaniscono nel nulla gli ultimi tesori del patrimonio linguistico italiano. Leggi il resto del articolo......
mercoledì 16 novembre 2011
Il mio maestro Piero Archiati
Tre modi di concepire l’evoluzione
C’è una massima invalsa particolarmente ai tempi della scolastica medievale, e che dice: bonum est diffusivum sui, il bene è per natura sua diffusivo di sé. I La tua capacità di creare: pagina 102
l bene, ciò che è buono, tende per natura a comunicarsi. Un bene tirchio non esiste. Se il bene sommo è il creare divino, allora la Divinità non solo crea delle creature, ma le crea con l’intento di renderle a loro volta creatrici. Un creatore che negasse alle sue creature la capacità di creare a loro volta, non sarebbe diffusivum sui. La Divinità, se è piena di bontà, vuol confe- rire alle creature il meglio di sé, cioè la capacità di creare.
Noi siamo inseriti in questo movimento dell’amore che tende per natura a diffondersi, siamo immersi in un dina- mismo del divenire che ci permette di trapassare sempre più realmente dall’essere creature all’essere anche noi creatori.
È questo un altro carattere fondamentale della svolta di ogni evoluzione: noi la viviamo ogni volta che dall’es- sere passivi e ricettivi, dal sentirci pure e semplici creature create da Dio, ci trasformiamo interiormente e diventiamo a nostra volta creatori, per lo meno in qualche ambito della vita. Ogni volta che creiamo qualcosa di nuovo di- ventiamo, se pur in minima misura, dei co-creatori nelle vicende del mondo.
In una prospettiva d’incessante evoluzione l’universo va compreso non come un casuale aggregarsi di materia, spuntata fuori da non si sa dove, ma come la manifestazione di una sapiente attività creatrice svolta da Esseri divini.Il rigido monoteismo afferma: esiste un solo creatore, Dio, e tutti gli altri esseri sono pure creature. A nessun altro essere viene data la possibilità di assurgere al livello di co-creatore, di avvicinarsi gradualmente alla Divinità.
Il vero senso della Trinità divina è invece proprio la partecipazione di sé, l’attualizzazione del bonum est dif- fusivum sui. È come in un organismo in cui i singoli membri siano a loro volta singoli Esseri spirituali capaci di creare a vari livelli.
Da" Angeli e Morti " di Piero Archiati, l'uomo che sento più vicino in questo momento, frapposto fra il mio povero somaro e il mondo dello Spirito.
downloaded from www.archiati-edizioni.it
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C’è una massima invalsa particolarmente ai tempi della scolastica medievale, e che dice: bonum est diffusivum sui, il bene è per natura sua diffusivo di sé. I La tua capacità di creare: pagina 102
l bene, ciò che è buono, tende per natura a comunicarsi. Un bene tirchio non esiste. Se il bene sommo è il creare divino, allora la Divinità non solo crea delle creature, ma le crea con l’intento di renderle a loro volta creatrici. Un creatore che negasse alle sue creature la capacità di creare a loro volta, non sarebbe diffusivum sui. La Divinità, se è piena di bontà, vuol confe- rire alle creature il meglio di sé, cioè la capacità di creare.
Noi siamo inseriti in questo movimento dell’amore che tende per natura a diffondersi, siamo immersi in un dina- mismo del divenire che ci permette di trapassare sempre più realmente dall’essere creature all’essere anche noi creatori.
È questo un altro carattere fondamentale della svolta di ogni evoluzione: noi la viviamo ogni volta che dall’es- sere passivi e ricettivi, dal sentirci pure e semplici creature create da Dio, ci trasformiamo interiormente e diventiamo a nostra volta creatori, per lo meno in qualche ambito della vita. Ogni volta che creiamo qualcosa di nuovo di- ventiamo, se pur in minima misura, dei co-creatori nelle vicende del mondo.
In una prospettiva d’incessante evoluzione l’universo va compreso non come un casuale aggregarsi di materia, spuntata fuori da non si sa dove, ma come la manifestazione di una sapiente attività creatrice svolta da Esseri divini.Il rigido monoteismo afferma: esiste un solo creatore, Dio, e tutti gli altri esseri sono pure creature. A nessun altro essere viene data la possibilità di assurgere al livello di co-creatore, di avvicinarsi gradualmente alla Divinità.
Il vero senso della Trinità divina è invece proprio la partecipazione di sé, l’attualizzazione del bonum est dif- fusivum sui. È come in un organismo in cui i singoli membri siano a loro volta singoli Esseri spirituali capaci di creare a vari livelli.
Da" Angeli e Morti " di Piero Archiati, l'uomo che sento più vicino in questo momento, frapposto fra il mio povero somaro e il mondo dello Spirito.
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mercoledì 19 ottobre 2011
Sciopero della fame per salvare le api
Marisa Valente e Renato Bologna sono allo stremo.
Avevano iniziato lo sciopero della fame il 4 luglio 2011, esattamente 3 mesi fa, restando con un camper sotto l’Assessorato all’Agricoltura, in Corso Stati Uniti, 21. Ieri l’altro, Renato è stato ricoverato d’urgenza in ospedale e le sue condizioni fisiche non gli permettono di andare avanti con il digiuno, se non a grave rischio per la sua sopravvivenza.
Marisa e Renato, del comitato Basta Veleni, rischiano di morire nell’indifferenza generale della politica, di una parte delle Associazioni dei coltivatori, dei consumatori, dei cittadini torinesi e piemontesi. Da anni lottano per il nostro futuro, per la salute di tutti, chiedendo la messa al bando di tutte le sostanze contenenti gli insetticidi neonicotinoidi.
L’utilizzo dei pesticidi e dei diserbanti in agricoltura è un’aberrazione quando si supera il fragile equilibrio tra benefici (cioè aumento della resa agricola a cosidetta “rivoluzione verde” e difesa dall’attacco degli insetti e delle fitopatologie) e costi, (consistenti nella loro spiccata nocività e tossicità per la salute animale e umana). Oggigiorno siamo ben oltre quell’equilibrio, ne è prova la sempre maggior desertificazione planetaria di cui esempio paradigmatico è la pianura padana, e la s empre maggior resistenza dei fitopatogeni ai pesticidi, per cui si stanno studiando nuovi sementi ogm, ovviamente sotto lucroso brevetto delle multinazionali.
Nello specifico della storia che stiamo raccontando, di cui avevamo già parlato: i famigerati “neonicotinoidi”, essendo sostanze sistemiche che agiscono su tutta la pianta, attaccano l’apparato neurovegetativo di tutti gli insetti con cui vengono in contatto, tra cui anche insetti utili come le api, portando alle morie di cui si sente parlare sempre più frequentemente.
Il loro utilizzo indiscriminato ha portato alla sparizione delle api in intere provincie cinesi, come nello Xi Cuan, dove la vastissima coltura delle pere viene mantenuta tramite l’impollinazione artificiale manuale da parte dei contadini, come potete vedere nel video.
Residui di sostanze neonicotinoidi, già riscontrate nei prodotti ad utilizzo farmaceutico come le larve e la pappa reale, sono state trovate anche nel miele e negli ortaggi e nella frutta trattata, il che significa che incidono sull’alimentazione e quindi sulla salute umana con effetti ancora da appurarsi. I prodotti autorizzati alla vendita contenenti neonicotinoidi sono una cinquantina, ma i più utilizzati, soprattutto nelle coltivazioni del mais e del girasole, sono quattro: clotianidina, imidaclopride, fipronil e thiametoxam. I due più utilizzati sono del colosso della Bayer, già sotto accusa in Germania.
Il Comitato “Basta Veleni” chiede che vengano messi al bando tali insetticidi non solo nella concia del mais, il cui divieto, rinnovato periodicamente, scadrà il 31 ottobre 2011, ma anche nell’utilizzo, molto diffuso in Piemonte, contro la flavescenza dorata della vite. E’ possibile farne a meno senza compromettere le colture secondo il parere dei tecnici che ci hanno relazionato in Commissione congiunta Ambiente-Sanità-Agricoltura, utilizzando sostanze naturale come ad esempio il “piretro”.
Per questo è di vitale importanza che non si parli solo di filiera corta (cioè pochi passaggi dal produttore al consumatore), di chilometri zero (cioè di prodotti nel raggio di qualche decina di chilometri), ma prima di tutto di coltivazioni naturali (cioè col minimo ricorso a sostanze di sintesi), non intensive, ed eventualmente con certificazione biologica, che può essere una garanzia in più anche se il modello di certificazione andrebbe forse rivisto.
Dopo il silenzio imbarazzante dell’Assessorato all’Agricoltura, la politica regionale crediamo debba prendersi carico di questa problematica da cui nessuno è immune, anche se comprendiamo che purtroppo è più “comodo” e forse “redditizio” ascoltare la campana delle multinazionali che detengono il mercato mondiale della chimica di sintesi come Bayer e Syngenta, entrambe finite sotto indagine da parte del Procuratore Guariniello, che ha contestato loro il reato di “Diffusione di malattie degli animali (o delle piante) pericolose per il patrimonio zootecnico e per l’economia nazionale”, punibile con una pena da 1 a 5 anni.
Da domani per continuare la protesta nonviolenta di Marisa e Renato verrà lanciata una staffetta dello sciopero della fame giornaliero, a cui prenderanno parte anche i consiglieri regionali del moVimento 5 stelle, per provare a far interessare la giunta regionale e i media. Invitiamo tutti quelli che in tutta Italia si vorranno unire, a comunicarlo a Marisa e Renato a fattoria@atlink.it e a noi staffgruppoconsiliare@piemonte5stelle.it.
Sabato 15 invece è stata indetta la giornata internazionale della lotta ai neonicotinoidi da parte degli apicoltori francesi, per cui speriamo si organizzi, dopo il successo della manifestazione nazionale contro la caccia (in cui eravamo presenti con lo striscione “To bee or not to bee”), anche quella per la salvaguardia delle api e per un cibo sano, che si terrà a Torino.
Invitiamo sin d’ora tutte i consumatori consapevoli, gli agricoltori naturali, le persone che difendono gli animali e l’ambiente. Tramite Marisa e Renato vi terremo informati.
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Avevano iniziato lo sciopero della fame il 4 luglio 2011, esattamente 3 mesi fa, restando con un camper sotto l’Assessorato all’Agricoltura, in Corso Stati Uniti, 21. Ieri l’altro, Renato è stato ricoverato d’urgenza in ospedale e le sue condizioni fisiche non gli permettono di andare avanti con il digiuno, se non a grave rischio per la sua sopravvivenza.
Marisa e Renato, del comitato Basta Veleni, rischiano di morire nell’indifferenza generale della politica, di una parte delle Associazioni dei coltivatori, dei consumatori, dei cittadini torinesi e piemontesi. Da anni lottano per il nostro futuro, per la salute di tutti, chiedendo la messa al bando di tutte le sostanze contenenti gli insetticidi neonicotinoidi.
L’utilizzo dei pesticidi e dei diserbanti in agricoltura è un’aberrazione quando si supera il fragile equilibrio tra benefici (cioè aumento della resa agricola a cosidetta “rivoluzione verde” e difesa dall’attacco degli insetti e delle fitopatologie) e costi, (consistenti nella loro spiccata nocività e tossicità per la salute animale e umana). Oggigiorno siamo ben oltre quell’equilibrio, ne è prova la sempre maggior desertificazione planetaria di cui esempio paradigmatico è la pianura padana, e la s empre maggior resistenza dei fitopatogeni ai pesticidi, per cui si stanno studiando nuovi sementi ogm, ovviamente sotto lucroso brevetto delle multinazionali.
Nello specifico della storia che stiamo raccontando, di cui avevamo già parlato: i famigerati “neonicotinoidi”, essendo sostanze sistemiche che agiscono su tutta la pianta, attaccano l’apparato neurovegetativo di tutti gli insetti con cui vengono in contatto, tra cui anche insetti utili come le api, portando alle morie di cui si sente parlare sempre più frequentemente.
Il loro utilizzo indiscriminato ha portato alla sparizione delle api in intere provincie cinesi, come nello Xi Cuan, dove la vastissima coltura delle pere viene mantenuta tramite l’impollinazione artificiale manuale da parte dei contadini, come potete vedere nel video.
Residui di sostanze neonicotinoidi, già riscontrate nei prodotti ad utilizzo farmaceutico come le larve e la pappa reale, sono state trovate anche nel miele e negli ortaggi e nella frutta trattata, il che significa che incidono sull’alimentazione e quindi sulla salute umana con effetti ancora da appurarsi. I prodotti autorizzati alla vendita contenenti neonicotinoidi sono una cinquantina, ma i più utilizzati, soprattutto nelle coltivazioni del mais e del girasole, sono quattro: clotianidina, imidaclopride, fipronil e thiametoxam. I due più utilizzati sono del colosso della Bayer, già sotto accusa in Germania.
Il Comitato “Basta Veleni” chiede che vengano messi al bando tali insetticidi non solo nella concia del mais, il cui divieto, rinnovato periodicamente, scadrà il 31 ottobre 2011, ma anche nell’utilizzo, molto diffuso in Piemonte, contro la flavescenza dorata della vite. E’ possibile farne a meno senza compromettere le colture secondo il parere dei tecnici che ci hanno relazionato in Commissione congiunta Ambiente-Sanità-Agricoltura, utilizzando sostanze naturale come ad esempio il “piretro”.
Per questo è di vitale importanza che non si parli solo di filiera corta (cioè pochi passaggi dal produttore al consumatore), di chilometri zero (cioè di prodotti nel raggio di qualche decina di chilometri), ma prima di tutto di coltivazioni naturali (cioè col minimo ricorso a sostanze di sintesi), non intensive, ed eventualmente con certificazione biologica, che può essere una garanzia in più anche se il modello di certificazione andrebbe forse rivisto.
Dopo il silenzio imbarazzante dell’Assessorato all’Agricoltura, la politica regionale crediamo debba prendersi carico di questa problematica da cui nessuno è immune, anche se comprendiamo che purtroppo è più “comodo” e forse “redditizio” ascoltare la campana delle multinazionali che detengono il mercato mondiale della chimica di sintesi come Bayer e Syngenta, entrambe finite sotto indagine da parte del Procuratore Guariniello, che ha contestato loro il reato di “Diffusione di malattie degli animali (o delle piante) pericolose per il patrimonio zootecnico e per l’economia nazionale”, punibile con una pena da 1 a 5 anni.
Da domani per continuare la protesta nonviolenta di Marisa e Renato verrà lanciata una staffetta dello sciopero della fame giornaliero, a cui prenderanno parte anche i consiglieri regionali del moVimento 5 stelle, per provare a far interessare la giunta regionale e i media. Invitiamo tutti quelli che in tutta Italia si vorranno unire, a comunicarlo a Marisa e Renato a fattoria@atlink.it e a noi staffgruppoconsiliare@piemonte5stelle.it.
Sabato 15 invece è stata indetta la giornata internazionale della lotta ai neonicotinoidi da parte degli apicoltori francesi, per cui speriamo si organizzi, dopo il successo della manifestazione nazionale contro la caccia (in cui eravamo presenti con lo striscione “To bee or not to bee”), anche quella per la salvaguardia delle api e per un cibo sano, che si terrà a Torino.
Invitiamo sin d’ora tutte i consumatori consapevoli, gli agricoltori naturali, le persone che difendono gli animali e l’ambiente. Tramite Marisa e Renato vi terremo informati.
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martedì 4 ottobre 2011
La cucina.
Cucinare.
Una sorta di magia. Saper cucinare un pranzo completo, vuol dire saper confondere tanti elementi, alcuni dei quali da soli sarebbero addirittura immangiabili, col risultato di restituire un progetto, un' opera d'arte. Attraverso questo pranzo, la preparatrice offre un insieme alchemico di mondo vegetale, minerale, animale, il tutto arrotondato e armonizzato dall'amore suo che viene trasmesso a quello che diventerà "cibo" per la persona che lo riceverà in dono.
La quantità di amore che questa preparatrice, spesso inconsciamente, saprà "passare" agli elementi e ai cibi stessi, diverrà nutrimento sotto forza di "sostanza". Se ben accompagnato da chi lo saprà servire con cura, da un vino che sia in grado di trasmettere a chi lo beve tutta la sua stòria, le sue 365 giornate trascorse su una splendida collina, senza prodotti chimici appestanti, un pane che contenga ancora il fuoco del suo sole di luglio, della legna che si é sacrificata per cuocerlo, e un tavolo, quattro mura che stiano anche loro raccontando nella pace la loro stòria, ecco che si compie il miracolo.
Fruendo di questo cibo noi viaggiatori ci arricchiamo, si forse addirittura rubiamo pace e amore, quello che noi andiamo cercando.
Ed in questo scambio di forze sottili che intercorrono fra persone, esseri e cose, in questo ambiente così magico che é un'osteria di campagna, la preparatrice dei piatti, che tanto ha ceduto di sua forza a questo "cibo" che se ne va via via tutto dalla sue mani, come un bambino cresciuto e salutato per il mondo, riceve, attraverso i muri (che collaborano, ecco la loro funzione), attraverso i sorrisi e i grazie, la sua parte di amore gratuito che dalla sala si espande come una luce, a irradiare di riflesso tutto quanto intorno.
Così lontano per un attimo dal mondo rumoroso idiota e sterile, le risate di gioia, il buonumore silenzioso e sostanzioso, l'apprezzamento sincero che gli ospiti emanano con sincerità dal profondo del loro io, si trasformano diventando nutrimento, VERA sostanza, tale quale a quella che era uscita nei piatti.
E la alchimista dei fornelli, nel tornare a casa, stanca, con cuore gonfio dei brava e dei grazie che spesso lei non ha neppure sentito, torna a casa dalla sua figlia, dal suo uomo, sempre più ricca, sempre più grande, e sempre più capace di fare piccoli miracoli quotidiani che, chissà come mai, le riescono sempre meglio. E tutti coloro che ruotano antorno a questo "cibo", questa danza roteante di piatti, calici, vasi stoffe vetri ceramiche acqua che entrano ed escono continuamente dalla scena, animata dalla musica, tutti coloro che "con-corrono " al miracolo si arricchiscono.
Di questo cibo noi abbiamo vissuto in tutti questi anni; nessun denaro avrebbe potuto comperare pagare o vendere tutto quanto noi, in questi lunedì mattina portiamo nel nostro fardello, ben stretto.
E' un segreto che rimane fra noi e tutti gli amici che jeri sera erano qui con noi, a gioire di tutto l'amore che ci siamo dati in questo stupendo pezzo di vita.
Grazie a tutti quanti credono da sempre ai sogni.
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Una sorta di magia. Saper cucinare un pranzo completo, vuol dire saper confondere tanti elementi, alcuni dei quali da soli sarebbero addirittura immangiabili, col risultato di restituire un progetto, un' opera d'arte. Attraverso questo pranzo, la preparatrice offre un insieme alchemico di mondo vegetale, minerale, animale, il tutto arrotondato e armonizzato dall'amore suo che viene trasmesso a quello che diventerà "cibo" per la persona che lo riceverà in dono.
La quantità di amore che questa preparatrice, spesso inconsciamente, saprà "passare" agli elementi e ai cibi stessi, diverrà nutrimento sotto forza di "sostanza". Se ben accompagnato da chi lo saprà servire con cura, da un vino che sia in grado di trasmettere a chi lo beve tutta la sua stòria, le sue 365 giornate trascorse su una splendida collina, senza prodotti chimici appestanti, un pane che contenga ancora il fuoco del suo sole di luglio, della legna che si é sacrificata per cuocerlo, e un tavolo, quattro mura che stiano anche loro raccontando nella pace la loro stòria, ecco che si compie il miracolo.
Fruendo di questo cibo noi viaggiatori ci arricchiamo, si forse addirittura rubiamo pace e amore, quello che noi andiamo cercando.
Ed in questo scambio di forze sottili che intercorrono fra persone, esseri e cose, in questo ambiente così magico che é un'osteria di campagna, la preparatrice dei piatti, che tanto ha ceduto di sua forza a questo "cibo" che se ne va via via tutto dalla sue mani, come un bambino cresciuto e salutato per il mondo, riceve, attraverso i muri (che collaborano, ecco la loro funzione), attraverso i sorrisi e i grazie, la sua parte di amore gratuito che dalla sala si espande come una luce, a irradiare di riflesso tutto quanto intorno.
Così lontano per un attimo dal mondo rumoroso idiota e sterile, le risate di gioia, il buonumore silenzioso e sostanzioso, l'apprezzamento sincero che gli ospiti emanano con sincerità dal profondo del loro io, si trasformano diventando nutrimento, VERA sostanza, tale quale a quella che era uscita nei piatti.
E la alchimista dei fornelli, nel tornare a casa, stanca, con cuore gonfio dei brava e dei grazie che spesso lei non ha neppure sentito, torna a casa dalla sua figlia, dal suo uomo, sempre più ricca, sempre più grande, e sempre più capace di fare piccoli miracoli quotidiani che, chissà come mai, le riescono sempre meglio. E tutti coloro che ruotano antorno a questo "cibo", questa danza roteante di piatti, calici, vasi stoffe vetri ceramiche acqua che entrano ed escono continuamente dalla scena, animata dalla musica, tutti coloro che "con-corrono " al miracolo si arricchiscono.
Di questo cibo noi abbiamo vissuto in tutti questi anni; nessun denaro avrebbe potuto comperare pagare o vendere tutto quanto noi, in questi lunedì mattina portiamo nel nostro fardello, ben stretto.
E' un segreto che rimane fra noi e tutti gli amici che jeri sera erano qui con noi, a gioire di tutto l'amore che ci siamo dati in questo stupendo pezzo di vita.
Grazie a tutti quanti credono da sempre ai sogni.
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venerdì 30 settembre 2011
mercoledì 28 settembre 2011
che cos' é l'Italia ?
A volte mi viene chiesto che cosa io pensi dell'Italia, supponendo che io non abbia mai nutrito alcun sentimento verso questa organizzazione politica. Si sbagliano, i miei figli compresi, se pensano che io non senta alcun legame con lo Stato che mi ha fornito l'istruzione primaria, e per il quale ho servito l'esercito nazionale. Un sentimento ce l'ho, ed é riassumibile in una sola frase: provo un profondo sentimento di non-appartenenza a questo non-stato. Con tutto il cuore.
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Il pianeta terra é stato creato con tutte le sue isole, penisole, montagne laghi e mari, ed é in continua evoluzione. Su questa terra ci sono vari paesi, con la p minuscola, ognuno con delle caratteristiche proprie particolari, ma tutti legati al fondo alla palla ciccia che li contiene. Cina e le Langhe sono fretelli sulla terra, anche se molto diversi fra di loro. Viaggiando si impara a conoscere questi paesi.
Alba, il Roero, Le Lanche appartengono al suolo italico: ne respirano l'aria, fresca delle montagne, secca dello scirocco che arriva dal mare, e sfiora le colline del todocch e di Murazzano, noiosa e umida del lungotanaro d'estate, fredda luminosa e pungente dei mattini di febrraio quando si va a potare nelle vigne. Questo é il suolo italico che noi ora stiamo calpestando, e questa potrebbe essere l'italicità (cioé il comune denominatore) che potrebbe legare la terra di Piemonte a poche altre vicine e simili ad essa, condividenti un simile destino.
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Il pianeta terra é stato creato con tutte le sue isole, penisole, montagne laghi e mari, ed é in continua evoluzione. Su questa terra ci sono vari paesi, con la p minuscola, ognuno con delle caratteristiche proprie particolari, ma tutti legati al fondo alla palla ciccia che li contiene. Cina e le Langhe sono fretelli sulla terra, anche se molto diversi fra di loro. Viaggiando si impara a conoscere questi paesi.
Alba, il Roero, Le Lanche appartengono al suolo italico: ne respirano l'aria, fresca delle montagne, secca dello scirocco che arriva dal mare, e sfiora le colline del todocch e di Murazzano, noiosa e umida del lungotanaro d'estate, fredda luminosa e pungente dei mattini di febrraio quando si va a potare nelle vigne. Questo é il suolo italico che noi ora stiamo calpestando, e questa potrebbe essere l'italicità (cioé il comune denominatore) che potrebbe legare la terra di Piemonte a poche altre vicine e simili ad essa, condividenti un simile destino.
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mercoledì 7 settembre 2011
La terra non é nostra
La terra non é nostra; la terra é un entità ben precisa, spirituale quanto lo siamo noi. Ha una storia che inizia con la nostra, e finirà insieme a noi, quando tutto rientrerà nell' Uno.
La proprietà privata: da qualche decennio ormai cerco un significato al termine "proprietà privata", sopratutto quando questa si riferisce alla parte superficiale della crosta di questa gigantesca palla viva e rotante che io chiamo sorella Terra.
I primi dubbi li ebbi quando nella foresta tropicale dovi vissi oramai tanti anni fa, e dove ho lasciato molti amici. Il Governo Centrale, tentava di Vendere ai Privati le terre dello Stato, che per loro erano Proprietà Demaniale, mentre che per la gente dei villaggi era terra sacra, al massimo di proprietà della gente del villaggio, o dei re locali.....
Poi vennero i giorni in cui partorii la prima vera massima:
Proprietà Privata della terra: "quando comperi un pezzo di terra dal notaio, vai li e firmi il tuo impegno a occuparti della terra". già una bella definizione, però non teneva conto che la società degli uomini non ha potere sulla terra, perché la società non chiede il permesso alla terra di essere venduta. tuttalpiù la vende, sì, senza averne il consenso. Vendita illecita di bene senza il consenso del bene stesso.
Successivamente giunsi a: " quando comperi un pezzo di terra, firmi il matrimonio con una parte della superficie della terra....."; anche questa non andava; mi resi conto che alla fine la terra non c'entra in questa storia!
La terra non c'entra nulla nelle nostre menata di comperare e vendere dal notaio, di faare le mappe catastali, di mettere paletti e fili di ferro; lei e li, grossa e ciccia, che gira e si fa la sua storia, evolve quanto noi, e ci guarda, microbi su un tendone da circo, che crediamo di esserne i padroni; ecco che cos'é: la terra non c'entra.
Sono giunto stassera all'ultima (per ora) definizione: intanto devo premettere che io non penso, ormai da tempo, che la terra che compreremo sia nostra...
" Quando comperi dal notaio un pezzo di terra, ti comperi un 'idea: che gli altri pensino che questo pezzo di terra sia tuo." Niente di più. La sfera cicciona rotante nel Cosmo non c'entra; é una faccenda fra uomini.
con questo spirito venerdì pomeriggio spenderemo l'ennesima cifra di denaro falso insignificante e inesistente che non abbiamo, per assicurarci che da sabato tutti pensino che questa nuova terra sia nostra. viva la campagna!
quanta follìa nei nostri gesti!
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La proprietà privata: da qualche decennio ormai cerco un significato al termine "proprietà privata", sopratutto quando questa si riferisce alla parte superficiale della crosta di questa gigantesca palla viva e rotante che io chiamo sorella Terra.
I primi dubbi li ebbi quando nella foresta tropicale dovi vissi oramai tanti anni fa, e dove ho lasciato molti amici. Il Governo Centrale, tentava di Vendere ai Privati le terre dello Stato, che per loro erano Proprietà Demaniale, mentre che per la gente dei villaggi era terra sacra, al massimo di proprietà della gente del villaggio, o dei re locali.....
Poi vennero i giorni in cui partorii la prima vera massima:
Proprietà Privata della terra: "quando comperi un pezzo di terra dal notaio, vai li e firmi il tuo impegno a occuparti della terra". già una bella definizione, però non teneva conto che la società degli uomini non ha potere sulla terra, perché la società non chiede il permesso alla terra di essere venduta. tuttalpiù la vende, sì, senza averne il consenso. Vendita illecita di bene senza il consenso del bene stesso.
Successivamente giunsi a: " quando comperi un pezzo di terra, firmi il matrimonio con una parte della superficie della terra....."; anche questa non andava; mi resi conto che alla fine la terra non c'entra in questa storia!
La terra non c'entra nulla nelle nostre menata di comperare e vendere dal notaio, di faare le mappe catastali, di mettere paletti e fili di ferro; lei e li, grossa e ciccia, che gira e si fa la sua storia, evolve quanto noi, e ci guarda, microbi su un tendone da circo, che crediamo di esserne i padroni; ecco che cos'é: la terra non c'entra.
Sono giunto stassera all'ultima (per ora) definizione: intanto devo premettere che io non penso, ormai da tempo, che la terra che compreremo sia nostra...
" Quando comperi dal notaio un pezzo di terra, ti comperi un 'idea: che gli altri pensino che questo pezzo di terra sia tuo." Niente di più. La sfera cicciona rotante nel Cosmo non c'entra; é una faccenda fra uomini.
con questo spirito venerdì pomeriggio spenderemo l'ennesima cifra di denaro falso insignificante e inesistente che non abbiamo, per assicurarci che da sabato tutti pensino che questa nuova terra sia nostra. viva la campagna!
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